giovedì 17 novembre 2016

Pericolose identificazioni

Pericolose identificazioni col personaggio creato da Antonio Manzini, Rocco Schiavone, interpretato da Marco Giallini.

1. Ha praticamente la mia età

2. Anche lui è un romano 'emigrato', o meglio, 'deportato al nord...

3. Ha difficoltà a fare i conti col suo passato, a 'elaborare' e lasciar andare...

4. Ha avuto e ha un discreto successo col genere femminile, ma fa fatica a rendersi conto che il tempo passa e le cose cambiano...

5. Per le suddette ragioni passa spesso le serate da solo...

Dimenticavo... il suo magistrato di riferimento si chiama Baldi :-)

Le analogie, per fortuna o purtroppo, si fermano qui...


venerdì 11 novembre 2016

E' uscito 'Quello di cui non vogliamo parlare'

Che piccino, sembra un libro cucciolo!
E' così minuto (90 pagine) che hanno dovuto
riempire la scatola di carta...
Ma è sempre un'emozione quando si ha per la prima volta una propria creatura tra le mani...


domenica 6 novembre 2016

La famiglia nel XXI secolo: Riguardando ‘Panic room’ (2002)




Riguardando ‘Panic room’ con Jodie Foster (2002)

#famiglia#divorsio#separazione#famigliamoderna#

Una donna appena separata (Jodie Foster) va ad abitare in una nuova casa con sua figlia adolescente (Kirsten Stewart), un appartamento enorme disposto su tre piani. Va a dormirci prima di quanto avesse programmato, con la casa completamente vuota, se non per i letti ed i comodini.
Sarà ostaggio di tre rapinatori che pensavano di poter lavorare indisturbati in una casa ancora disabitata.  E proverà a salvarsi, rifugiandosi nella ‘panic room’, la camera blindata ideata appositamente per rifugiarsi in casi come questi.
Questa storia ad altissima tensione diviene una potentissima allegoria della famiglia contemporanea, tanto più perché quasi sicuramente inconsapevole.
Come dice lo psicologo Luigi Zoja “le intenzioni inconsce sono efficaci come e più di quelle consapevoli” (Zoja, 2003, p. 183). Basti vedere l’immagine della famiglia che viene fuori dal dipinto di Anne-Louis Giroder de Roussy, Scena del diluvio, del 1806. Una famiglia già provata dai tempi moderni e dalla crisi della figura paterna. Un dipinto nel quale l'uomo non riesce più a farsi carico, come un moderno Enea, a portare in salvo i suoi cari...
 
In 'Panic room' c'è prima di tutto la casa, questa casa immensa su tre piani. Quale genitore single deciderebbe di vivere in una casa così grande ed inquietante? Naturalmente la casa è indispensabile alla storia e permette di portare avanti la tensione per oltre un’ora e mezza.
Ma questa casa è anche l’allegoria dell’immensa solitudine del genitore single nella società contemporanea.

In secondo luogo la protagonista se la deve cavare da sola per la maggior parte del film.  Senza il suo coraggio e la sua intraprendenza sarebbe perduta. Un'immagine della donna contemporanea che, a partire dalla Ripley (Sigourney Weaver) di Alien (1979) sostituisce quella tradizionale di una donna che scappa, urla, chiede aiuto, sviene ed è totalmente passiva davanti al pericolo. 

Terzo: la figura dell'ex-marito. Quando il suo ex-marito arriverà finalmente per aiutarla, verrà massacrato di botte e quasi ucciso. Come dire: gli uomini non servono proprio a nulla…
C’è però una figura chiave, uno dei rapinatori (Forrest Whitaker), quello 'buono'. Whitaker interviene a salvare per ben due volte le due donne. La prima, facendo un’iniezione di insulina alla figlia diabetica, che rischia di morire in seguito ad un attacco. Poi salvando la madre. Torna addirittura indietro, dopo essere riuscito a fuggire con ben 22 milioni di dollari in titoli al portatore, sentendo le urla delle donne.
In realtà la Foster se l’era cavata benissimo, sorprendendo i ladri, e colpendo con forza il malvagio dei tre. Ma questi comunque era riuscito a sopravvivere e stava per ucciderla…
Ecco, l’intervento di questo ‘ladro buono’ è forse la cosa più enigmatica e inquietante. Di fronte ad una serie di simboli chiarissimi, è forse quello più oscuro e misterioso… Sembra forse voler suggerire che le uniche figure maschili positive sono comunque degli 'avventori' casuali? In qualche modo dei ladri, seppur buoni, ma comunque clandestini e portatori, inevitabilmente, di guai?



venerdì 4 novembre 2016

da Storie di immaginaria realtà - Vol. 2 - Giovane Holden Edizioni, 2015 - Racconto tratto dal romanzo omonimo



Novantanovemila notti senza un giorno (“…che si disgreghi la trama delle cose”)










Mi sveglio con un male pungente al braccio.
Mi sono addormentato in una posizione strana.
Mi tiro su a sedere.
Un piccolo ago – chissà da dove è venuto fuori -  mi è penetrato leggermente nella carne.
Lo estraggo dal braccio e succhio via il sangue.
C’è qualcosa che non va.  Mi guardo intorno. Elle e Augustin dormono, ma in una posizione innaturale. Il ritmo del loro respiro è troppo lento e troppo regolare.
In quel momento sento dei rumori provenire dal piano di sotto.
E mi si gela il sangue.
Ci sono delle voci. Almeno cinque o sei persone.
Mi alzo e comincio a scendere.
Uno strano odore proviene dal piano di sotto.
È stato cucinato qualcosa sul fuoco. Della carne. Ma è un odore dolciastro, pungente. Rivoltante.
La porta è socchiusa.
La apro.
Lo sapevo. Sono loro.
“La notte più profonda, Lanth”, dice la strega che conosco.
Come una specie di saluto.
E’ lei, accanto al grande camino, con la sua fronte cornuta e la sua pelle grinzosa di fungo.
 “I miei intestini si rivoltano di piacere al vederti”, dice ancora, mentre tutte le altre streghe mi guardano.
Sono tutte diverse, eppure inconfondibili, col loro corno, la loro pelle rugosa...la lingua nera. Sono tutte sedute, tranne quella che conosco, che sembra essere la Regina delle Regine. Una Madre Regina.
Dai lunghi abiti neri spuntano delle dita contorte e nodose, come delle spesse radici scure.
E tutte hanno un piatto in mano e stanno masticando.
Dal rumore si direbbe che stiano masticando delle ossa, anzi degli ossicini. E’ un rumore incessante e disgustoso. Una di loro adesso ha preso un ossicino in mano e lo succhia avidamente, dopo averlo leccato con la sua lunga lingua nera.
Dal pentolone viene fuori un fumo nero e denso e maleodorante.
Cerco di fare o dire qualcosa...ma sono come paralizzato.
 La Madre Regina è in piedi accanto a un tavolo che sembra fatto d’ossa, vicino al camino, e sta impastando qualcosa.
E’ un grosso impasto grigio, e lo lavora energicamente. Poi prende con un mestolo del liquido rosso da un secchio e lo versa sull’impasto e riprende a lavorarlo.
Con forza, ma molto, molto lentamente.
Ogni tanto lascia cadere un filo di saliva nera.
E poi continua ad impastare.
Dopo circa mezz’ora sistema quella poltiglia sul fuoco, stesa su di una piastra di ferro rosso.
“Adesso dobbiamo aspettare”, dice.
E tutte le streghe rimangono in silenzio col capo chino.
Lei invece si volta verso di me e mi parla.
“Vedi Lanth, una strega regina nasce ogni undicimila anni. Perché ce ne siano nove, ci vogliono ben novantanovemila anni. E solo con nove streghe regine, e col loro sangue velenoso, si può preparare quello che stiamo facendo...
E’ da novantanovemila novecento anni che aspetto un giorno come questo.




Sei fortunato a poter assistere a un giorno simile.
Il giorno forse più importante di tutta la vostra storia.
Il fumo denso e nero che uscirà stanotte da questo camino, nascendo dalla mistura che prepareremo, coprirà tutta la terra in pochi giorni. L’umanità resterà avvolta nella notte per molti mesi. E quando tutto sarà finito si sveglierà diversa in un mondo diverso.
Il mondo che gli uomini hanno conosciuto, abitato e dominato, non ci sarà più...
Comincerà per voi un lunghissimo periodo di sofferenza indicibile, e pena e miseria.
Cominceranno per voi le novantanovemila notti senza un giorno…
Mentre parla si avvicina al dolce. Lo tasta col dito, proprio come farebbe una cuoca, e lo annusa
Tutte le streghe emettono uno strano verso, risucchiando rumorosamente la saliva.


(continua...)


giovedì 3 novembre 2016

Polaroid - da Miniature amare


A mio padre e mia madre

Polaroid

Sono stati i miei genitori a gettare le fondamenta della grande scultura sulla spiaggia che affaccia sul Grande Oceano.
Mia madre pose i primi ramoscelli di corallo, gli impasti di sabbia, argilla e conchiglie, l’acqua di fonte, i mille semi colorati. Mio padre aggiunse la polvere di stelle, il legno di ginepro e le bacche di corbezzolo, insieme alle lunghe spine dell’istrice di macchia e agli artigli del nibbio. Insieme ne disegnarono le fondamenta sul lungo litorale. E, da allora, la grande scultura della vita, la ‘Galassia’, come viene chiamata, cominciò a crescere e a svilupparsi.
Poi toccò a me completarla.
L’orizzonte era sgombro allora, ma tutti sapevamo che la tempesta sarebbe arrivata prima o poi, e ormai, oggi, i densi nuvoloni neri, si possono scorgere all’orizzonte.
Ma ho con me la polaroid che mi ha donato mio padre. E’ l’oggetto più importante della sua eredità.
D’altronde queste gigantesche sculture sono così: sospese, sempre in bilico sull’abisso, il loro destino è segnato. Prima o poi l’onda oceanica le spazzerà via.
Guardo la mia scultura. Non avrei mai immaginato che così ricco ed articolato sarebbe stato l’ordito della sua struttura.
Mi preparo a scattarle le foto con la polaroid…
Non temo il momento in cui l’onda la spazzerà via.
‘Tutto è in prestito, nulla per sempre’.
Mi dispiace solo che tutto questo lavoro, questa immensa costruzione, come una biblioteca, come una città, come un mondo, sparisca…
Ma ci sono le polaroid.
Le giro intorno. Scelgo i punti migliori per dare l’idea più giusta e scatto le foto. Quattro, cinque. Alla fine ne faccio undici.
Poi le sistemo nella bottiglia, chiudo bene il tappo e la lascio andare nella corrente.
Adesso il ricordo di questa scultura resterà ancora per molti anni, per quanto l’onda possa fare il suo lavoro, e ripulire la spiaggia, come se la mia scultura non fosse mai esistita…

domenica 30 ottobre 2016

L'acero norvegese - da Miniature amare

L’acero norvegese
C’è un grande acero norvegese nel parco davanti casa.
Ogni autunno si accende di una ricchissima varietà di colori meravigliosi, infinite varietà di giallo, rosso e arancione.
Poi gradualmente si spoglia, per tornare a ricoprirsi di foglie in primavera.
Lo scorso autunno però è accaduto qualcosa di strano.
Le foglie, dopo aver cambiato colore, non sono cadute.
Sembrava che il grande albero vi rimanesse attaccato come una madre a dei figli che non vuole lasciare andare, o come un uomo che non si rassegna a congedarsi da una parte della sua vita e dei suoi ricordi.
E per tutto l’inverno, mentre la maggior parte degli alberi lasciava cadere foglia dopo foglia, rimanendo quasi come scheletri raggelati nelle loro posture eleganti ma austere, l’acero norvegese continuava a bruciare dei suoi colori intensi e caldamente autunnali, unico falò ancora vivo in quel parco ormai triste e scuro.

Da poco è tornata poi la primavera, e tutti gli alberi hanno ricominciato a prendere vita e a ricoprirsi di un fitto fogliame.
La quercia fiammante ha cominciato un giorno a vibrare, tremando e piegandosi, ed emettendo suoni sibilanti come lo sferzare del vento, anche quando l’aria era immobile e silenziosa.
Ma se ci si avvicinava si poteva notare che quel tremore era provocato dai piccoli germogli verdi che cercavano di farsi strada tra il fitto fogliame rossastro dell’anno precedente. Alcune delle foglie rosse o gialle si spaccavano e cadevano a terra, non senza però aver decimato decine di piccoli germogli dal verde chiaro e smeraldino.
Fu una lunga lotta che l’acero norvegese combatté fino in fondo. Fino a quando tutte le foglie, quelle vecchie e quelle nuove, morirono, uccidendosi a vicenda.
Fino a perdere se stesso piuttosto che lasciar andare anche la più piccola fogliolina dell’anno precedente.

venerdì 23 settembre 2016

Breve estratto dell'intervista a Paolo Troncon, dall'articolo apparso sulla rivista Prometeo del settembre 2016 - 'Dialogo sui conservatori'



Conversazione con Paolo Troncon sull’oggi e il domani dei conservatori

G.L. B. « Sono passati diciassette anni dalla legge 508 e dall’inizio della riforma, ma il cammino non è ancora compiuto, e tante cose restano da decidere e definire».
P. T.: «Se noi diamo uno sguardo alla storia, ci rendiamo conto che dall’Unità d’Italia ad oggi abbiamo assistito a due grandi riforme dei conservatori, ciascuna delle quali ha impiegato tra i sessanta ed i settant’anni per compiersi. La prima, avviata nei primi anni Sessanta dell’Ottocento, ed affidata alla guida illuminata di Giuseppe Verdi, è arrivata a pieno compimento nel 1930, col Regio Decreto n.1945, e ha dato vita a quei programmi sui quali hanno studiato decine e decine di generazioni, e che non sono andati del tutto in pensione con la Riforma del 1999, ma sono rimasti con i corsi ad esaurimento del ‘vecchio conservatorio’, e si estingueranno definitivamente solo verso il 2022. La seconda riforma è appunto quella legata alla L. 508, il cui lungo processo cominciò con gli anni Sessanta, e le riflessioni e sperimentazioni di quel periodo. Ma potremmo spostare la lancetta dell’orologio fino al 1948, l’anno in cui il ministro Gonella inviò un questionario ai docenti dei conservatori al fine di raccogliere proposte per la riforma degli studi musicali… L’integrazione europea e il cosiddetto processo di Bologna (la Conferenza dei ministri dell’Istruzione di 29 Paesi europei, riunitasi a Bologna il 19 giugno 1999, nella quale si fissavano una serie di obiettivi da realizzare entro dieci anni, N.d.A.) hanno poi dato la spinta definitiva».
G.L. B. «Tuttavia è innegabile che qualcosa si sia inceppato…»
P. T. «Mancano ancora tutta una serie di decreti attuativi e di passaggi fondamentali per portarla a pieno regime, e di questo è naturalmente responsabile la politica, che sembra occuparsi a fatica e controvoglia dei conservatori;  ma al tempo stesso il corpo docente si è dimostrato in molti casi restio se non del tutto ostile a recepire i cambiamenti. Questa duplice inerzia, della politica e del corpo docente, ha fatto sì che la riforma procedesse lentamente e con evidenti e continue contraddizioni, producendo un essere ibrido, rimasto a metà strada tra un’istituzione di formazione superiore, al pari dell’Università (ma non esattamente la stessa cosa), e il vecchio conservatorio, che già possedeva anime molteplici, come abbiamo visto».
G.L. B. «Dell’inerzia del corpo docente, essendo io un docente, entrato in ruolo proprio nell’anno della riforma, e avendo vissuto giorno per giorno le difficoltà, le contraddizioni ed i problemi della riforma sulla mia pelle e quella degli allievi, non posso non vedere e condividere molte delle ragioni. Alcuni elementi specifici dell’insegnamento musicale infatti, non sono stati colti propriamente dal legislatore, che ne ha stravolto l’essenza, con conseguenze spesso piuttosto gravi. Tuttavia non posso negare che spesso noi docenti non abbiamo forse semplicemente avuto la voglia di metterci in gioco, di imparare un nuovo modo di essere docente, un modo nel quale eravamo coinvolti in maniera più collegiale. Mentre il conservatorio del passato era fatto da tante personalità isolate, che raramente dovevano interagire, oggi è un complesso equilibrio in cui ogni docente è chiamato a dare il suo contributo armonizzandosi in un tutto, proprio come uno strumentista in un’orchestra. Ma, lontano dalla partitura e dal palco, anche in presenza di un buon ‘direttore’, il musicista sembra fare molta più fatica ad andare ‘a tempo’ e suonare insieme agli altri».
P. T. «Noi Italiani abbiamo un grande valore individuale, ma facciamo fatica a fare squadra. Come ha sottolineato recentemente  l’allenatore italiano del Leicester, Ranieri, due inglesi fanno una nazione, da noi non bastano cinquanta milioni di italiani…»
G.L. B. «Facciamo un passo indietro. Cosa è diventato dunque oggi il conservatorio con la legge 508?»
P. T. «Con la legge 508 il conservatorio diventa un’Istituzione di 3° livello, cioè di formazione superiore, insieme all’Università (ma distinta da essa), e all’Alta formazione (corsi tecnici superiori). ‘L’antico’ percorso che durava dieci anni, viene diviso ora a metà: la prima parte, la fase di apprendistato di un musicista, viene in teoria sottratta ai conservatori (vedremo in seguito perché ‘in teoria’ N. d. A.) e affidata a tutta una serie di soggetti diversi, tra i quali le scuole medie ad indirizzo musicale, i licei musicali e le scuole private; la seconda parte, suddivisa a sua volta in un 3 + 2, viene considerata universitaria, e destinata ad allievi maggiorenni in possesso di un diploma di scuola media superiore (salvo eccezioni in caso di studenti con particolari attitudini musicali). Viene rilasciato un Diploma di I livello (equipollente alla L3 universitaria) e un Diploma di II livello (equipollente alla LM45 universitaria), equipollenti, non equivalenti, ai soli fini dell’accesso ai pubblici concorsi ai Diplomi di laurea universitari. Per questa ragione non è corretto parlare di Laurea, e sbagliano quei conservatori ed istituti accreditati che si fregiano di tale titolo.
Gli istituti oggi che possono fare questo, e che possono considerarsi in un certo modo ‘conservatori’ sono ben 82: 55 conservatori, più quattro sedi staccate, 18 ex pareggiati e 4 accreditati (Scuola di Fiesole, Saint Louis College of Music di Roma, Civica di Milano e Siena Jazz)».
G.L. B. «Il trovarci in questo terzo livello, insieme all’università ha creato non poche resistenze e perplessità… »