sabato 22 aprile 2017

La biblioteca



La biblioteca


Il signor L. possiede un’immensa biblioteca.
Tutte le pareti del suo salotto sono rivestite da decine di scaffali che arrivano fino al soffitto, e sono tutti pieni di libri, neanche uno spazio rimane per infilarvi un piccolo quaderno. Per la maggior parte sono libri che ha letto, qualche libro è stato lasciato a metà, altri stanno aspettando di essere letti, ed altri ancora non li leggerà mai.
Gli scaffali incorniciano anche le due grandi finestre della stanza. 
Mentre altri libri ancora sembrano riposare su di un tavolinetto, uno è sempre aperto sul divano, altri ancora in ordine sparso, come se fossero stati consultati con grande urgenza.

Un giorno le grandi finestre del salotto si sono spalancate improvvisamente durante una tempesta.
Tutti i fogliettini, i pezzi di carta sparsi, i biglietti del cinema e del teatro conservati e anche i piccoli soprammobili sono volati via, componendo una sorta di danza al centro della stanza.
Ma i libri, naturalmente, sono rimasti ben saldi al loro posto.
Nessun problema.
Che sorpresa quindi per il signor L. quando una mattina, prendendo uno dei suoi libri preferiti dalla biblioteca per consultare una citazione si è accorto che era vuoto. Bianco, completamente bianco. Non vi era rimasta più nemmeno una parola.
Ne ha preso immediatamente un secondo e poi un terzo. Erano tutti uguali. Le parole si erano perse.
I libri hanno cominciato ad accumularsi per terra mentre il signor L. li controllava uno ad uno, a decine, a centinaia, a migliaia.
Ma nulla. In tutti quei libri non era rimasto più nemmeno il ricordo di una parola.
Erano solo libri vuoti, senza senso, pezzi di carta che non serbavano alcuna memoria di ciò che avevano un giorno custodito così gelosamente.
Gli scaffali adesso erano completamente vuoti e tutti i libri giacevano in pile altissime e traballanti sul pavimento.
Il signor L. li guarda, smarrito. Dove andrà a cercare adesso tutte quelle parole? E come farà a riprendersele?


giovedì 13 aprile 2017

La chiamata (Beruf)



La chiamata (Beruf)

«È per te, il telefono è in fondo al corridoio».
Indica una porta socchiusa alla fine di un lungo corridoio, e si allontana.
Il corridoio sembra non finire mai.
Afferro la cornetta e mi siedo su di uno sgabello.
Senza accorgermene il tempo passa in fretta.
Mi ritrovo dopo almeno un’ora con un fogliettino in mano. 
Si sentiva malissimo, una voce lontana, molto lontana…
«Chi era?».
Guardo il fogliettino di carta, ci sono tre o quattro parole scarabocchiate in fretta, ma mi rendo conto d’un tratto di non essere in grado di leggere la mia stessa scrittura, né ricordo cosa vi avessi scritto.
«E allora?»
«La linea era molto disturbata… e ho paura di non aver capito molto…
Ma di sicuro ho capito chi fosse, sì, questo l’ho capito…
Era Dio».


venerdì 7 aprile 2017

Songs



Songs

Tutti sembrano indossare una maschera, fredda e scura.
Una maschera piena di linee rette, punti e numeri, cosicché queste maschere, in fondo, sono tutte uguali e tutte diverse.
Ma ciascuno sa benissimo che dietro quella maschera il proprio volto è completamente diverso, fatto di linee morbide e irregolari, di colori caldi e cangianti. Di vita.
Ecco allora che un giorno salgono su di un palco quattro ragazzi.
Imbracciano delle chitarre e uno suona la batteria.
E accade il miracolo.
In quelle canzoni, come uno specchio, tutti si riconoscono.
Quei brevi componimenti riflettono perfettamente quello che ciascuno sente essere il proprio volto ed il proprio io.
E l’emozione ed il piacere, nel riconoscersi, è immenso…
Non è forse lo stesso per tutte le cose dell’arte?



sabato 1 aprile 2017

La città dei defunti



La città dei defunti

Ho visitato una volta una città che aveva il quartiere dei defunti. Ma non era il cimitero. Assolutamente no. Il cimitero c’era, e come in quasi tutte le città era ben nascosto e lontano.
Era un vero proprio quartiere, abbastanza centrale per giunta, in cui ciascuno di quegli abitanti che ormai non c’erano più aveva una casa, con tanto di nome sul citofono e cassetta delle lettere.
Perché per coloro che erano rimasti, coloro che erano vivi, i defunti c’erano ancora, e vivevano tra di loro.
E così ogni domenica si vedeva tanta gente passare per quel quartiere, lasciare delle lettere nelle cassette della posta, cercare i nomi dei loro cari sul citofono, innaffiare le piante sul terrazzo e perfino aggiustare le imposte o riverniciare le facciate.
E in nessun quartiere gli abitanti si sentivano così sicuri a qualsiasi ora come nel quartiere dei defunti.
Fosse perché davvero, come si diceva, i defunti stessi vigilavano su quelle strade, fosse perché , più probabilmente, tutti gli abitanti, ma proprio tutti, rispettavano così tanto il ricordo dei defunti, che nessuno, nemmeno i peggiori criminali e malfattori, avrebbero violato quegli spazi sacri, sta di fatto che era possibile passeggiare nel cuore della notte serenamente. E nessuno aveva paura.
Temevano l’oscurità e gli assassini, temevano l’inganno dei lucenti nuovi edifici ed i truffatori, temevano la malattia e la vecchiaia, ma non il silenzio di quelle strade, in cui sembrava risuonare l’eco delle voci dei loro cari. Strana città davvero quella città, anche chiamata città della memoria.
Mentre costoro chiamavano abitualmente le nostre, città dell’oblio…

venerdì 31 marzo 2017

A ritroso



À rebours (A ritroso)

Ci sono tre film la cui gestione del flusso temporale, cioè del modo in cui procede il tempo, mi ha colpito molto per originalità e complessità.  Il primo è un film di David Jones del 1883, Betrayal (Tradimenti), tratto da una commedia del 1978 di Harold Pinter. Il secondo, è Prima della pioggia di Milcho Manchevski del 1994, ed il terzo è il film di mio padre Il temporale (1999), il primo film in cui lavorammo insieme, e che deve sicuramente qualcosa, nella sua struttura narrativa, al film di Manchevski. Sia Il temporale che Prima della pioggia infatti raccontano una storia frammentata, in cui si gira intorno ad alcuni avvenimenti principali, narrati da punti di vista differenti. La successione cronologica tuttavia entra a volte in contraddizione  presentando alcuni elementi in ordine sbagliato, e quindi andando a creare dei veri e propri paradossi temporali.
Diverso il caso di Tradimenti, il cui filo del tempo è perfettamente lineare,  con una sola particolarità: procede a ritroso.
La storia narra di una serie di tradimenti e ruota intorno al triangolo di due amici e la moglie di uno di loro, ma parte dalla fine, dall’incontro dei due amanti avvenuto molto tempo dopo la fine della loro storia, e risale fino al momento in cui l’adulterio comincia. Un procedere inverso che scombina e sconvolge la nostra percezione del tempo. Un esempio affascinante di una condotta inusuale dei flussi temporali e delle emozioni.
Jeremy Irons e Patricia Hodges (prima foto, qui sotto con Kingsley), protagonisti di una lunga relazione clandestina – lei è la moglie del migliore amico di lui (Ben Kingsley)  – si ritrovano dopo un paio d’anni circa dalla fine della loro relazione, in un bar. La donna deve comunicare  al suo ex-amante che ora il marito sa. E qui c’è il primo tradimento. Lei mente a lui. E gli ha sempre mentito. Perché il marito sapeva da moltissimo tempo. Jeremy Irons ha poi occasione di parlarne direttamente con l’amico: “Ma come è possibile, tu sapevi e abbiamo continuato ad essere amici, and andare a pranzo insieme tutte le settimane?” La risposta dell’amico – Ben Kingsley -  è flemmatica e sconvolgente: “Ma non abbiamo mai più giocato a squash da allora…”. Da qui il film procede a ritroso fino all'inizio della relazione adulterina.