venerdì 3 marzo 2017

Ritornando sull'addio al Novecento

Sul tetto del mondo - nostalgia per una stagione epica ed ormai perduta



Come era bello sentirsi sul tetto del mondo, ascoltando i capolavori del Novecento, come il Requiem di Ligeti, Sinfonia di Berio, il Concerto per pianoforte e Orchestra di Xenakis, solo per citare pochi nomi. Quei lavori raramente ci facevano sentire la mancanza di tutto quello a cui la musica aveva rinunciato, nel secondo dopo guerra. Per raggiungere quelle vette, mai conosciute prima, sopportavamo le punture degli insetti e la stanchezza del viaggio, la fame ed i pericoli, il freddo pungente e il caldo torrido. Ma alla fine, giungevamo in luoghi dove mai prima uomo era giunto, e questa vertigine intellettuale ripagava di qualsiasi rinuncia. Rinunciavamo a tutto quello che poteva cullare le nostre orecchie, ma vogliamo paragonare i risultati raggiunti con questi piccoli sacrifici? Mettere sul piatto della bilancia quelle rinunce, di fronte all'intensità dell’esperienza uditiva ed artistica che ottenevamo in cambio, alla sua ‘verità’ e profondità?  

Come mai oggi quel sapore si è perduto? E perché sembrano ormai del tutto insopportabili quegli stessi sforzi, quei sacrifici di un tempo? Forse perché è impossibile digerire gli stessi piccoli gesti  nevrotici, le stesse durezze e cacofonie di un tempo, restando, però, nel giardino di casa? Gesti ai quali, essendo venuto a mancare il fondamento ontologico, estetico e filosofico, divengono insopportabili?
Come possiamo oggi patire tante privazioni senza muoverci d’un passo?  Senza nulla aggiungere, senza nulla scoprire, solo col rigirarci tra le mani, seduti in pantofole nel cortiletto del condominio, le vecchie e sbiadite foto ingiallite di cento anni fa, con quei ricordi dimessi di anni rivoluzionari, che oggi hanno il sapore dell’acqua stagnante?
Che senso ha stare scomodi nel ‘salotto dimesso’, per dirla con Gozzano, restare nelle proprie stanze anguste a soffrire sui miasmi di una discarica di suoni, fin troppe volte uditi, fin troppo brutti?



venerdì 24 febbraio 2017

I sette principi dell'insegnamento (da Grammatica dell'armonia fantastica - Appunti e Interludi)



Alcuni princîpi per l’insegnamento della composizione...




                                                              

.Al termine di questo primo cammino di riflessioni, resta comunque l’interrogativo fondamentale: come posso io insegnante rispettare e valorizzare il mondo specifico dell’allievo, non rendere muto il suo emisfero destro e contemporaneamente comunicargli un artigianato ed un mestiere?
Come posso rendere l’insegnamento non solo della composizione, ma anche dell’armonia e della musica in genere un cammino verso lo sviluppo della creatività, dell’immaginazione e del pensiero divergente, un «avviare intimamente, per favorire la disposizione creativa»[2], per dirla con Klee?
Se continuo a somministrare un insegnamento nozionistico e passivo, non c’è speranza. Se quelle sono le regole dell’armonia e si tratta solo di memorizzarle ed applicarle, per quanto lo si faccia musicalmente, e creativamente, non si esce da questo vicolo cieco. Da questo punto di vista, tutti i manuali di armonia sono uguali, eccellenti, ma adatti a sviluppare solo un tipo di conoscenza, solo un tipo di emisfero…. Quello sinistro.

Vorrei cominciare allora, prima di tutto, tenendo ben presente i principi della rivoluzione copernicana delle scienze pedagogiche, e riflettere su quanto dice Rodari a questo proposito: «In un’impresa educativa il programma non dovrebbe essere l’elenco delle cose che ci proponiamo di ottenere dai bambini, ma di quello che dobbiamo fare noi per essere utili ai bambini. Dovremmo elaborare regole per il nostro comportamento»[3].
In questi anni io ed i miei colleghi siamo stati occupati e preoccupati a proporre, elaborare e rivedere i programmi per i nuovi corsi accademici e pre-accademici. Cercando di individuare i percorsi migliori e le prove d’esame giuste.
Ma forse non era tanto il programma di studi quello sul quale avremmo dovuto focalizzare la nostra attenzione, quanto piuttosto l’insieme di regole, o principi, o linee guida, che noi insegnanti dovremmo seguire nel momento in cui si incontra un allievo, e che costituiscono i fondamenti del lavoro stesso di insegnante.
Queste sono allora le mie personali conclusioni…

Il principio primo dovrebbe essere quello di mettermi in contatto con l’allievo, attraverso l’ascolto, l’interesse, e il rispetto per tutto quello che riguarda il suo mondo interiore. Raramente si chiede ad un allievo cosa ama, e soprattutto poi ci vuole tempo perché l’allievo si apra e lo riveli all’insegnante. E’ necessario quindi che l’insegnante persegua questo punto con convinzione e costanza. E l’allievo deve sentirne, appunto, tutta l’attenzione ed il rispetto, l’interesse e l’affetto. A volte ci vogliono mesi perché un allievo si apra e ci riveli le sue passioni, o ci faccia ascoltare le sue musiche. Ma se non dimostriamo rispetto, apertura e interesse, quel momento non arriverà mai.
Perché dovrebbe essere ininfluente, ad esempio, che un allievo che si iscrive al corso di composizione, abbia una passione per la tehcno? Ed io insegnante, posso permettermi il lusso di non saperlo?

La risposta per me è assolutamente negativa: quel lusso non posso permettermelo. Perché quella sua passione, quel suo amore, oltre a parlarmi di lui, può essere il sentiero che mi conduce, anzi, che ci conduce ad ottenere dei risultati dal punto di vista didattico, e questo è il secondo principio: la ricerca del significato. In quello che un allievo fa ha il diritto di trovare una motivazione profonda, un significato, appunto. E questo può ottenerlo soltanto relazionandosi al suo mondo interiore. Di qualunque natura sia. Non si può fare del razzismo culturale in questi ambiti. Non possono esserci cose giuste da amare e cose sbagliate.

Da bambino mi ero innamorato di un fumetto. Un fumetto nuovo, che ho seguito dal primo numero, e nel cui mondo ho vissuto per più di tre anni, completamente assorbito dalle sue storie e dai suoi personaggi. Era, in tutto e per tutto, una grande passione. Un amore. Che tuttavia nessuno ha mai preso seriamente in considerazione. Né mia madre, preoccupata che mi facesse venire degli incubi notturni. Né mio padre, che vedeva solo il rischio di una contaminazione del mio intelletto. Né il mio maestro. Ma proprio quest’ultimo avrebbe dovuto sfruttare questa mia passione.  Perché amore significa ricordare ogni singolo dettaglio, comprendere, essere curiosi, e da lì muovere per considerazioni più generali e profonde.

La prima riflessione sulla forma, sulla narrazione, sul ritmo di una storia e sull’evoluzione di un personaggio, la scoperta tanto dell’amore per la coerenza e la linearità, quanto dell’insofferenza invece per la discontinuità, le ho fatte proprio su quel fumetto. Se qualcuno avesse sfruttato quella passione, avrei evitato di pascolare pigramente nelle istituzioni scolastiche per tanti anni, alla ricerca di un senso, e di essere come un ruminante che mangia erba già masticata (per usare l’immagine citata di Boulez), nell’apprendere.

Nella ricerca del significato poi, l’apprendimento dovrebbe coinvolgere l’essere tutto e mantenere una componente affettiva. Come ho detto, è necessario dare un ruolo prioritario alle emozioni,  in tutti i processi cognitivi. E questo potrebbe essere il terzo principio. Provare a mettere le proprie emozioni in quello che si fa, imparare ad esprimerle attraverso i suoni e attraverso la costruzione della forma.

Ma parallelamente al ruolo delle emozioni è indispensabile conservare un ruolo altrettanto prioritario alla libera immaginazione, alla creatività, al gioco, al divertimento. Come ho detto, ogni manuale dovrebbe avere le sue pagine bianche per lasciar posto alle scoperte e alle scelte individuali di ogni singolo allievo. Dargli la possibilità di inventare e di creare, e così facendo di impadronirsi profondamente del materiale che sta usando. E questo, il gioco creativo,  sempre  comunque, potrebbe essere il quarto principio. E sarebbe magnifico riuscire a creare un manuale nuovo ogni anno, con i frutti di questo gioco creativo, insieme agli allievi. Ma naturalmente un insegnante avrebbe bisogno di nove vite… Oppure dovrebbe alternare, ad un anno pieno di lavoro con gli allievi, un anno di studio e di ricerca per rigenerarsi e per raccogliere ciò che si è imparato insegnando. E questo sarebbe possibile, forse, in uno dei mondi dell’Astronomia fantastica

Il quinto principio dovrebbe essere quello di ricordare sempre che il sapere, i concetti astratti, il nozionismo, andrebbero somministrati con prudenza e attenzione. La musica ha a che fare prima di tutto col suono e con l’ascolto. Dosi eccessive di nomi e concetti astratti, soprattutto nei primi anni, non fanno che appesantire e spegnere le facoltà di apprendimento dell’allievo. Il delicato equilibrio tra conoscenza e inconsapevolezza, tra ricordare e dimenticare è molto importante, soprattutto nei primissimi anni. Il nome delle specie delle settime, ad esempio, o dei vari tipi di sesta aumentata, sono nozioni sostanzialmente inutili all’inizio, o almeno fintantoché l’allievo non abbia fatto esperienza di quelle sonorità, ed abbia imparato a conoscerle ed interiorizzarle. Proprio per questa ragione l’ascolto, l’ascolto in classe in modo particolare, è importantissimo, e non andrebbe mai trascurato. Ma dovrebbe costituire al contrario uno di pilastri dell’insegnamento musicale. Non solo. Ma l’ascolto di alcuni capolavori scelti insiemi dal docente e dall’allievo, un ascolto continuato e  ripetuto per tutto l’anno scolastico, fino ad arrivare ad una conoscenza piena ed approfondita di quei lavori, dovrebbe costituire la base principale di un cammino di apprendimento, e questo, potrebbe essere il sesto principio.
Infine, in seguito all’ascolto attento e alla frequentazione continua e approfondita di un numero limitato ma eterogeneo di lavori, si dovrebbe predisporre ad un atteggiamento di responsabilità  ed autoregolamentazione nei confronti delle regole e delle leggi, e questo potrebbe essere il settimo principio.

Naturalmente la prima cosa che viene da osservare, è che, per come sono organizzati oggi i nostri corsi di studio, non c’è il tempo e la possibilità per questo tipo di approccio all’insegnamento. Come posso soltanto cominciare ad applicare uno di questi principi, con un corso di trenta ore o addirittura con uno di quindici?
Ma è necessario prima decidere la forma esterna dei corsi, o prima il loro contenuto? Può un calzolaio costruire prima le scarpe, a prescindere dal piede che andranno a calzare, e poi, se queste non si adattano, adattare il piede ad esse, con conseguenze dolorose e castranti per chi le indossa?
Naturalmente è un paradosso, però…

C’è da dire tuttavia che, per quanto la riforma dei Conservatori ne abbia snaturato notevolmente l’anima di scuole artigianali, di laboratori d’arte, di vere e proprie botteghe rinascimentali che nei casi migliori creavano rapporti lunghi e proficui tra allievi e maestri, la possibilità ed il tempo di instaurare rapporti duraturi resta ancora. E spesso, più che una questione di tempo, è una questione di disposizione interiore…

Inoltre il compito forse più difficile a questo punto, sarebbe quello di tradurre in pratica questi principi. Ma non è tra le finalità di questo libro quello di proporre degli esercizi concreti. Ai quali sarebbe giusto dedicare un vero e proprio Esercizi per la Grammatica dell’armonia fantastica
Anche se poi va detto che, se tali esercizi devono aderire alla specificità di ogni singolo allievo, è necessario che cambi radicalmente il modo di pensare gli esercizi stessi. E per farlo ci vorrebbe «lo sforzo e l’esperienza di molti musicisti»[4]. Anzi, più che di esercizi, sarebbe necessario «l’individuare alcuni ‘accessi’ attraverso i quali gli insegnanti siano incoraggiati a muoversi verso una nuova impostazione dei saperi…»[5].

In fondo però è anche vero che si può tener conto dei principi enunciati con qualsiasi tipo di lavoro e di compito.  Anche nella realizzazione di un semplice basso dato vi possono essere infinite possibilità di lasciare spazio alla fantasia, alla creatività, all’espressione delle proprie emozioni e del proprio mondo interiore. Animum debes mutare non caelum[6]: in questo caso deve mutare la nostra disposizione nei confronti dell’apprendimento, più che quello che studiamo; e da archivisti del sapere, riceventi passivi di una serie di informazioni, che dobbiamo semplicemente archiviare e conservare, dovremmo trasformarci in giardinieri, o in cuochi, cioè in coloro che attraverso la cura, l’amore e lo studio, trasformano e sviluppano l’elemento dato (un seme, degli ingredienti, il sapere…), in qualcosa di profondamente diverso, che gli appartiene intimamente. E lo fanno attraverso un processo che deve essere gioioso, giocoso e creativo. Sempre, «anche se sono in ballo le matematiche severe»[7].





[1] G. Rodari,  Il maestro Garrone, in Favole al telefono, Einaudi, Torino, 1962, pp.128-129.
[2] Citato in J. Spiller, Genesi degli scritti pedagogici, Saggio introduttivo a P. Klee, Teoria della forma e della figurazione – Volume I: Il pensiero immaginale, Mimesis, Milano 2011, p. XIX.
[3] G. Rodari, Dalla parte del bambino, in Scuola di fantasia, a cura di Carmine De Luca, Editori Riuniti, Roma 1992, p. 61, citato in M. Piatti, E. Strobino, Grammatica della fantasia musicale, FrancoAngeli, Milano 2011, p. 17.  Il corsivo è mio.
[4] P. Hindemith, The craft of  musical composition,  Schott, London 1942, p. 9.
[5] Lo dice Edgar Morin a proposito de I sette saperi necessari all'educazione del futuro.
[6] L. A. Seneca, Epistole a Lucilio, XXVIII.1, CIV.8, Zanichelli, Bologna, 1973: «è l’animo che deve mutare, non il cielo».
[7] G. Rodari, Grammatica della fantasia musicale – Introduzione all’arte di inventare storie, Einaudi, Torino 1973, p. 172.

giovedì 23 febbraio 2017

Il razzismo nell'arte

La parte migliore dell’umanità è impegnata da tempo ad eliminare ogni forma di pregiudizio e di razzismo, affinché non si abbia più il diritto di giudicare una persona in base alla sua razza, alla sua religione, alle sue inclinazioni sessuali, alla sua cultura, ai suoi sogni. Negli Stati Uniti viene perfino usato il termine ‘agist’ per indicare i pregiudizi legati all’età (troppo giovane, troppo vecchio…).
Esiste solo un campo in cui il ‘razzismo’ è ancora non solo ben accetto, ma considerato indispensabile e segno di grandezza, ed è l’arte. Si giudicano ancora, troppo spesso, le persone e le opere non in base a ciò che sono, ma in base alle scelte stilistiche assunte, il che equivale a giudicare qualcuno per il colore della sua pelle, per la sua religione, per la sua sessualità…



domenica 12 febbraio 2017

La grande macchina misteriosa



La grande macchina misteriosa


Sebbene nessuno avesse mai capito minimamente quali funzioni avesse, la gente ne rimase subito affascinata.
Era forse il vederla costruire pezzo dopo pezzo, e lentamente innalzarsi a perdita d’occhio.
O forse il fatto che ogni singola componente fosse così bella e dal design innovativo, moderno.
La grande macchina in costruzione interagiva poi con macchine più piccole, che ciascuno poteva acquistare, e dalle quali doveva prendersi cura, come di un cucciolo.
In tal modo, sebbene la grande macchina si ergesse proprio nel centro della grande metropoli, anche nelle regioni estreme della periferia profonda si aveva l’impressione di far parte del cuore stesso della vita della città, e non di viverne ai margini.
La macchina diveniva ogni giorno più grande, i suoi colori più luminosi e abbaglianti.
La gente diveniva sempre più avida di acquistarne le piccole parti in vendita, chiamate collegamenti personali, e delle quali si prendeva cura come e più dei propri cari. Con la conseguenza che i cittadini divenivano sempre più poveri, pur di acquistarne il maggior numero di componenti, e le famiglie sempre più disgregate e disaffezionate.
E ancora nessuno si chiedeva quali funzioni avesse, quale fosse il suo fine.
Il progetto del governo era imperscrutabile.
Almeno fino al giorno dell’inaugurazione.
Quando arrivarono tutti in gran gala, ministri, politici e imprenditori, scienziati ed intellettuali, per festeggiare il completamento della grande macchina. La più grande che si fosse mai costruita.
Le domande venivano bisbigliate, e mai nessuno rispose apertamente.
Soltanto uno scienziato, a causa di qualche bicchiere di troppo, e affetto da una forte depressione, si lasciò scappare alla fine della serata la verità.
Spalancò gli occhi grigi, e disse, ridendo: «ma come, non l’avete ancora capito? La macchina produce infelicità, tonnellate di infelicità al minuto, milioni di tonnellate all’anno. Una tecnologia simile non si era mai vista. È una cosa meravigliosa!».



sabato 31 dicembre 2016

Un augurio per un Tempo diverso


Un augurio per un Tempo diverso

Non vi capita mai di avere nostalgia per il Tempo di quando eravamo bambini?
Non mi riferisco alla nostalgia per la nostra infanzia.
Ma alla nostalgia per quel Tempo particolare, quel senso del Tempo, che avevamo allora e che poi da adulti si è perso.
Un Tempo che non nasce da un’autorità esterna, meccanica ed immutabile. Ma scaturisce direttamente dall’attività che si fa. Che è duttile, elastico, un tutto-presente che il bambino cerca di estendere il più possibile se sta facendo qualcosa che gli piace. “Ancora cinque minuti… ancora un po’, dai mamma”, è la frase tipica. Perchè è possibile estenderlo e prolungarlo e solo l'adulto interviene a inciderlo e spezzarlo.
Un Tempo che è il risultato del nostro agire e sparisce ogni volta che sospendiamo la nostra azione, come dice Kapuscinski in 'Ebano', a proposito della concezione del Tempo per gli Africani. “É l’uomo che influisce sulla forma, sul corso e sul ritmo del Tempo”.
Mentre le nostre azioni sono stritolate dal Tempo esteriore e meccanico dell'orologio, un tiranno inumano che frammenta il Tempo polverizzandolo in pezzi minuscoli, per cui abbiamo sempre l’impressione di non avere Tempo…
Il mio augurio per il 2017 è di ritrovare, quando e quanto possibile, un Tempo così. Il Tempo di quando eravamo bambini. Un Tempo pieno, ricco, profondo, che sazia e soddisfa…

Auguri di cuore!