sabato 20 gennaio 2018

Miniature rosso sangue



Il bicchiere

Altre volte avevo notato che avesse i pantaloni macchiati, ma questa volta la macchia era così evidente che era impossibile far finta di non vederla: copriva quasi tutta la tasca destra ed era di un rosso sangue scuro.
- Ma cosa hai fatto? – gli chiesi.
- Ah nulla, è il mio bicchiere – mi rispose.
- Il bicchiere?
- Sì, è un oggetto a cui tengo molto – e così dicendo infilò la mano nella tasca e ne trasse fuori due frammenti di vetro grandi come denti di squalo.
- Ma sei impazzito a portare dei pezzi di vetro in tasca, saranno affilati come rasoi, non vedi che ti sei ferito! – gli dissi sbigottito e incredulo.
- Tengo molto a questo bicchiere – mi rispose con calma.
- Bicchiere? Ma non è un bicchiere, sono solo dei pezzi di vetro e ti stai facendo del male!
- Ci sono abituato – disse continuando ad utilizzare quel tono imperturbabile – quella ferita tanto non smette di sanguinare comunque.
Così dicendo si rimise i pezzi di vetro in tasca, mi salutò frettolosamente, con aria infastidita e scappò via, attraversando la strada di corsa, senza quasi guardare.




domenica 14 gennaio 2018

Alcune ipotesi sul perché sia ancora oggi così difficile ascoltare la musica del Novecento.



A proposito dell’articolo di Alex Ross

Perché ci piace Pollock e la musica colta no?


In un articolo apparso l’8 gennaio 2011 sul quotidiano «La Repubblica», Alex Ross si domanda perché «benché sia trascorso ormai un secolo da quando Alban Berg e Anton Webern riversarono sul mondo le loro aspre sonorità, i classici moderni sono considerati tuttora indigesti da buona parte del pubblico dei concerti», mentre, al contrario, «in altri campi artisti non meno avventurosi hanno ricevuto una ben diversa accoglienza. Il dipinto più quotato della storia è un vorticoso quadro astratto, il N° 5 di Jackson Pollock, venduto nel 2006 per 140 milioni di dollari. I tycoon e gli emiri si contendono gli architetti d' avanguardia; e ogni anno, in tutto il mondo il 16 giugno si organizzano drinking parties ispirati all' Ulisse di James Joyce. Un tempo questi intoccabili della cultura erano trattati da ciarlatani, o da venditori dei «vestiti nuovi dell' imperatore», per citare una metafora divenuta ormai un luogo comune tra i musicofili dissenzienti».
La risposta di Ross è che questo succede perché molto si è investito sull’arte contemporanea, e troppo poco sulla musica.
Quello che dice Ross è innegabile, tuttavia credo che anche se si fosse investito moltissimo sulla  musica del Novecento, rimarrebbero oggi alcune difficoltà, dovute a tre caratteristiche paradossalmente antitetiche del linguaggio musicale:
1 - L’essere un linguaggio astratto, invisibile, e perciò di difficile comprensione e assimilazione.
2 – Rappresentare, all’opposto, il primo contatto col mondo che l’essere umano sviluppa, ancora nel ventre della propria madre. Il rapporto che ci lega al suono, conseguentemente, è viscerale, emotivo, strettissimo.
3 – C’è infine un problema di ‘energia’, che spiegherò in seguito.



1 - Come la matematica, la musica è un linguaggio astratto e incredibilmente complesso[2], ma, diversamente dalla matematica che non può prescindere dai suoi simboli, è anche un linguaggio invisibile. In musica la grafia è un’optional di cui possiamo fare totalmente a meno. La maggior parte delle musiche delle culture della storia dell’uomo non posseggono una scrittura. Esiste solo il suono… E affrontare un linguaggio invisibile e astratto non è impresa da poco.
Per questa ragione la comprensione della musica ha bisogno di tempo, di abitudine, di pazienza e di amore.  Un’immagine può colpirci perchè diversa, perchè nuova, perché incomprensibile, e la rifiutiamo. Ma poi possiamo ritrovarcela giorno dopo giorno in mille luoghi diversi. Su di una rivista. In un libro. In una mostra. In televisione. Sulla parete di una casa. In un film. E gradualmente diventa familiare. Entra in noi. Possono passare anche cinquant’anni. Ma riesce a entrare nell’immaginario collettivo, ed essere accettata. Così forse i dipinti di Pollock, e le opere di Duchamp. Ma la musica contemporanea viene ascoltata una volta. Poi chiudiamo le nostre orecchie e non vogliamo più saperne. Non è intorno a noi. Non ci arriva in alcun modo. E’ una lingua sconosciuta e lontana dalla nostra che udiamo per pochi minuti e poi mai più. Non c’è da meravigliarci che la rifiutiamo. 
2 – Ma la musica è anche legata profondamente al nostro essere e alle nostre emozioni. E’ la voce di nostra madre, ed è la prima lingua che ci parla il mondo esterno, con i suoni che ci arrivano quando ancora siamo immersi nel liquido amniotico. Inoltre è il primo veicolo – il pianto e le grida – col quale impariamo a esprimere la gioia e il dolore.  La musica è quindi inestricabilmente intrecciata al nostro cuore e al nostro stomaco. C’è un rapporto materno, fisico col suono. Per questa ragione non possiamo perdonarle di essere fredda e distante, e soprattutto incomprensibile. Possiamo accettare che l’architettura sia fredda, che la pittura sia incomprensibile, che la scultura sia provocatoria e graffiante, che la danza e il teatro ci stravolgano e che perfino ci annoino. Ma la musica no. Dentro di noi la musica rimane canto, il mezzo col quale esprimiamo noi stessi. Ed è molto difficile – e richiede un lunghissimo training – l’accettare che sia qualcosa di diverso.Accettare che la musica sia pensiero, sia innovazione, sia esplorazione di mondi sconosciuti. Perchè questo e molto altro può fare la musica, ma ciò a cui la maggior parte delle persone sono abituate è completamente diverso: è di fondo il suono cullante, ammaliante, piacevole di una ninna nanna...
3 – Oggi siamo ormai abituati ad usare la musica come se fosse una sostanza stupefacente. Siamo in perenne deficit di energia e cerchiamo il modo di ricaricarci in tutte le maniere possibili. La musica, soprattutto la musica leggera e in particolare il rock svolgono questa funzione splendidamente. E’ sufficiente far scivolare il cd nella radio della macchina o attivare il nostro lettore mp3, e il tappeto percussivo di una pop song va subito a colpire il nostro cervelletto, a stimolare i nostri tessuti epiteliali più superficiali, inducendo la produzione di endorfine e noi ci sentiamo meglio.
Ma la musica d’arte, la musica contemporanea è un’esperienza completamente diversa. Non dona energia, almeno sul momento, nell’immediato, ma l’energia assorbe. Perché, come qualsiasi esperienza conoscitiva profonda, l’incontro con il ‘veramente nuovo’ ed il diverso, creando quella frizione tra conosciuto e sconosciuto, tra codici diversi alcuni dei quali comprensibili, altri appena intuibili ed altri misteriosi e sconosciuti, richiede tutta la nostra attenzione, il coinvolgimento di tutte le nostre facoltà e quindi di tutta la nostra energia. Un peccato mortale per le leggi del mondo contemporaneo, per le quali non si è più abituati a 'donare' energia.

L. B. 2011

  


[1] Alex Ross, Perché ci piace Pollock e la musica colta no?, «La Repubblica», 8 gennaio 2011.

[2] Troppo spesso forse si mettono insieme musica e matematica, che pur condividendo alcuni aspetti del loro essere, restano a mio avviso enormemente distanti. Si potrebbe dire che sono entrambi mammiferi, ma la musica appartiene al mondo dei cetacei, vive in un mondo liquido e non conosce la gravità della logica matematica…

sabato 23 dicembre 2017

Temporalità non lineari nel cinema di oggi


Ho appena visto Dunkerque, e al di là di qualsiasi considerazione sulle qualità del film di Nolan, ne va sottolineata la particolare struttura narrativa 'temporale'. Il film è strutturato infatti lungo tre linee narrative diverse, ognuna ambientata in un determinato arco temporale: la prima linea comincia sulla terraferma e copre un arco temporale di una settimana; la seconda linea è ambientata in mare e dura un giorno; la terza copre un'ora di tempo e ha luogo nei cieli. Queste tre linee narrative si intrecciano secondo uno sviluppo non lineare.


E' uscito il nuovo numero di Prometeo col primo dei due articoli - Mantova e il madrigale - dedicati a Claudio Monteverdi, in occasione dei 450 anni dalla sua nascita.


Ieri ho ascoltato la musica del futuro





Ieri sera sono stato ad ascoltare tre dei cinque concerti di Mozart per violino e orchestra, eseguiti e concertati da Sonig Tchakerian, nella splendida Abbazia di Santa Maria delle Carceri, a Monselice con l’Orchestra di Padova e del Veneto. Da intenditore e adoratore di Mozart non posso che elogiarne il suono, il fraseggio, i tempi e l’anima di tutto il concerto, perfettamente e squisitamente mozartiani.
Ma, pur rispettandone lo spirito più profondo, proprio partendo da quella libertà incontenibile della musica mozartiana, la Tchakerian è andata anche leggermente oltre, aiutata in questo dalle cadenze di Giovanni Sollima, che creano dei cortocircuiti temporali, inserendo dei momenti contemporanei nella musica settecentesca, ma con perfetto garbo e fantasia, e senza soluzione di continuità, come la citazione del Tristano e Isotta di Wagner della Suite Lirica di Albang Berg, che compare e sparisce, senza fratture, ma perfettamente amalgamata col resto.
In questi momenti, a cavallo del tempo, si crea un piccolo miracolo e la musica del futuro sembra apparire. Merito senza dubbio del prodigioso Mozart che riesce ad essere ancora attuale dopo duecentocinquant’anni, ma merito anche di Sollima e della Tchakerian. E questi momenti sembrano suggerirci che la musica del futuro dovrà essere inevitabilmente cantabile e piacevole, giocosa direi, ma al tempo stesso profonda ed elegante, e soprattutto unitaria. Dovrà riuscire nel miracolo di fondere insieme mondi distanti senza dare l’impressione del collage, dell’appicicaticcio, della citazione, dovrà pensare ma con leggerezza. Ed in questo sarà enormemente lontana dalla maggior parte di quello a cui siamio abituati oggi. Perciò non posso che ringraziare Sonig, Giovanni e Wolfang del regalo che mi hanno fatto ieri sera, lasciandomi intravedere speranza e luce di un cammino diverso.
Chiudo approfittando di una citazione utilizzata da un film su De Andrè che uscirà a gennaio, rubata al pirata inglese Samuel Bellamy, «Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare», pur non avendo, aggiungo io, che una piccola zattera, fatta del legno dei sogni e delle foreste incantate .