sabato 27 maggio 2017

Il nonno dimenticato (da Fiabe e racconti fantastici, 2011 - 2012)



Il nonno dimenticato

Quella porta era sempre stata lì.
Semplicemente Matteo non vi aveva mai prestato attenzione.
Certo, come tutti i bambini era curioso.
Eppure, sebbene passasse davanti a quella porta almeno dieci volte al giorno, fino a quel momento non si era mai chiesto: “Dove porterà mai? Cosa c’è dietro?”
Sembra strano, ma è così. Quella porta era lì e basta. Una porta come tutte le altre. Accanto a un vecchio quadro, a cui nessuno faceva più caso, e vicino a un piccolo mobiletto che sembrava così tanto vecchio e tanto fuori moda da chiedersi come mai nessuno non lo avesse ancora portato via.
Ma da quella parte della casa ci si passava sempre di corsa, e così non si pensava mai a quella porta. Al massimo la mamma si fermava a guardare il mobiletto, come se stesse cercando di ricordarsi qualcosa, e poi riprendeva il suo passo veloce e sempre di fretta.
Quel giorno però la macchinina telecomandata di Matteo andò a sbattere proprio contro quella porta, e fece un rumore strano. E Matteo si rese finalmente conto che lì, in quell’angolo della casa c’era proprio una porta, e che nessuno, proprio nessuno  la usava mai né si chiedeva dove portasse.
Matteo prese la macchinina,  si tirò su in piedi, e guardò la porta. La guardò come se si fosse reso conto improvvisamente che a casa sua viveva un elefante, o un marziano. La guardò col cuore che gli batteva forte, come se si fosse trovato all’improvviso in un’altra casa, nella casa di una famiglia sconosciuta. Ma era casa sua, non c’era alcun dubbio. Gli oggetti, i mobili, gli odori, i colori...era proprio la sua casa.
E mentre pensava a queste cose, vide la sua mano afferrare la maniglia, ma gli venne una paura così grande che corse sul divano e si nascose sotto uno dei grandi cuscini.
In quel momento sentì la voce della mamma che lo chiamava: “Matteo, Matteo! Arianna sta arrivando. Le ho appena parlato. Scende ad aiutarti a fare i compiti e se io e il papà tardiamo, ti metterà anche su la cena…Matteo, ma dove sei?” … “Ah, eccoti qui…volevi farmi uno scherzo, eh!”
Matteo si tirò su, si sentiva confuso, ma si dimenticò subito della porta quando sentì  il campanello di casa…
“Arianna, Arianna”, gridò.
Matteo adorava Arianna.
Era una ragazza grande, aveva quasi quattordici anni, ed era bellissima. E quasi tutti i pomeriggi, quando i suoi genitori erano al lavoro, scendeva per stare con lui e aiutarlo a fare i compiti.
Andarono in camera sua e si sedettero alla scrivania. Ma Matteo era distratto e guardava fuori.
“Cos’è quella specie di stella rossa”, chiese ad Arianna, indicando una luce lontana.
Arianna, che aveva sentito quella domanda almeno altre mille volte e sapeva benissimo che quando Matteo cominciava così voleva dire che non c’era proprio verso di farlo studiare, almeno per un po’, gli rispose con dolcezza:
“Non è una stella, Matteo, ma è la luce di un ripetitore. Una grande antenna che serve a far funzionare i telefonini”.
Mancava almeno un mese alla primavera, e faceva ancora buio presto. La luce rossa brillava tra i tetti delle case, come una stella che stesse tramontando.
“No, non è vero! E’ una stella bellissima, e tu non lo sai…queste cose non le sai, non le capisci perché sei grande!”,  disse Matteo, interrompendosi poi di scatto: “La mamma ha detto che forse l’anno prossimo me lo regala un telefonino, sai?”,.
“E me lo darai il tuo numero?”
“Sarai la prima ad averlo!”, le rispose subito Matteo.
Il quel momento si sentì un fischio lontano. A volte, quando la città per un attimo si faceva più silenziosa, si sentiva anche il treno veloce passare, quello che veniva dal nord.
“Il treno, il treno!” Gridò Matteo e corse alla finestra.
E Arianna capì che quel pomeriggio sarebbe stato veramente difficile fare i compiti.

Passò una settimana e forse anche due, quando un pomeriggio Matteo dovette rimanere solo in casa. Arianna era partita per qualche giorno; era andata a trovare la nonna. E nessun’altro poteva stare con lui.
“Matteo”, gli disse la mamma, “stasera non farò tardi. Devi stare da solo soltanto per un paio d’ore. Puoi metterti a guardare la televisione se vuoi, e vedrai che il tempo passerà in fretta. Mi raccomando, se qualcuno suona alla porta, chiedi chi è, ma non aprire mai a nessuno. Neanche se dicono che è la polizia, o un amico…non aprire e basta. Devi dire soltanto che il papà e la mamma non ci sono e segnarti il nome… E soprattutto non devi uscire, per nessuno motivo, intesi?”
“Ho capito, ho capito”, rispose Matteo un po’ seccato, “ me lo hai detto milioni di volte! Posso telefonarti se mi va?”
“Certo…”
“E posso chiamare anche il papà?”
“Il papà in questo momento è in aereo, non può usare il telefono, tesoro mio. Ma stasera sarà qui a cena, e mangeremo tutti insieme. Ecco, adesso scappo”.
La mamma diede un bacio a Matteo e scappò via.
Matteo era abituato a passare un po’ di tempo da solo, ma quel pomeriggio era inquieto. Non aveva avuto il coraggio di dirlo alla mamma però.
Andò almeno sei volte dal salotto alla sua camera, passò più dalla cucina e andò due volte a fare la pipì. Ma sapeva benissimo cos’era quella cosa a cui stava cercando di non pensare.
Eppure era più forte di lui, non ci riusciva.
Apriva il suo fumetto preferito e non riusciva a concentrarsi.
Accendeva la tv, e l’attimo dopo era già di nuovo in piedi a girare per casa.
Alla fine cercò di farsi coraggio e si diresse verso quella porta.
Pensò a cosa avrebbe fatto Spider-man, immaginò di essere Hulk o Bat-man.
Ma non gli fu di grande aiuto.
Rimase in piedi a fissare la porta. Ero terrorizzato, ma sapeva che doveva aprirla.
Allora fece un bel respiro e strinse la maniglia.
Contò fino a tre, poi arrivò fino a dieci…infine all’undici e mezzo la spalancò.
Bum! Il suo cuore fece un salto.
Chiuse gli occhi, stringendoli forte…poi li riaprì…
Lunghi corridoi bui, scale a chiocciola, scantinati ammuffiti e maleodoranti…
No, niente di tutto questo. Niente di speciale. Oltre quella porta non c’erano scale buie né strani corridoi…
C’era solo una stanzetta, poco illuminata.
Rimase immobile per tanti, lunghissimi minuti.
Il cuore gli batteva fortissimo e gli scappava di nuovo la pipì, ma non poteva muoversi.
Alla fine si fece coraggio e accese la luce.
C’era un letto sfatto, e in un angolo della stanzetta, su di una poltroncina era seduto un vecchio. Un uomo minuto dai capelli bianchissimi: sembrava essersi appisolato.
Ma appena la luce si accese aprì gli occhi.
Matteo fu preso da un voglia incontrollabile di scappare via..c’era uno sconosciuto in casa sua, un vecchio!
Ma il vecchio si voltò, lo guardò con dolcezza e gli sorrise.
“Finalmente siete venuti”, disse.
“E tu devi essere Matteo”, aggiunse, “come sei cresciuto!”
Matteo non riusciva a dire una parola.
La sua bocca era paralizzata, come quando non si riesce a muovere la mascella dal freddo che fa.
“E’ già da un po’ che aspetto la colazione…ho così tanta fame! La mamma si sarà dimenticata stamattina, eh…con tutto quello che ha da fare!”
La mamma si era dimenticata, sì, pensò Matteo, ma non certo quella mattina.

Doveva essersi dimenticata da chissà quanto tempo. Perché erano ormai anni che nessuno apriva quella porta.
Il vecchio guardò Matteo un po’ deluso. Forse si aspettava che avesse un vassoio, o qualcosa del genere.
E in quel momento Matteo lo riconobbe. Si ricordò di vecchie foto in cui quel vecchio che gli stava davanti era più giovane e sorrideva accanto alla mamma.
Adesso aveva capito. Quel vecchio era suo nonno.
Tutta la paura in un attimo svanì e Matteo sentì un nodo in gola e la voglia di piangere e gli corse incontro.
“Nonno, nonno caro”, disse, e lo abbracciò. “Come abbiamo fatto a dimenticarci di te! Vieni, vieni con me, che andiamo in cucina a mangiare. Ma non è più il momento della colazione, sono le cinque passate! Adesso è l’ora della merenda. Vieni, che ti aiuto ad alzarti”.
Il nonno si alzò a fatica, e cominciò a camminare con passo barcollante. Ma lentamente si riprese e arrivò in cucina che già camminava spedito.
“Nonno, nonno caro”, ripeteva Matteo. Poi aprì il frigorifero e tirò fuori tutto quello che c’era.
“Avrai proprio fame”, disse.
“Non ricordo bene, ma deve essere passato così tanto tempo…da quanti giorni me ne stavo lì da solo?”
“Tanti, nonno, tanti…anche se sono le cinque del pomeriggio, ti va questa pasta al forno? L’ha fatta ieri sera la mamma, è buonissima!”
“Magari, la mangerei volentieri!”
“E c’è questa bella parmigiana…e anche dei peperoni al forno, e la braciola!”
Il nonno mangiava con gusto. Il suo viso era dolce, Un po’ smarrito, e forse confuso. Ma sereno in fondo. Sembrava un bambino. Matteo si sentiva grande accanto a lui, e sentiva di volergli un gran bene.
“Vuoi anche un po’ di vino?”
Matteo prese il vino dalla dispensa.
Ma mentre il nonno si versava il vino in un bicchiere, e il liquido rosso scivolava rumorosamente nel vetro,  Matteo si ricordò che doveva andare in bagno, e anche di corsa.
“Nonno, vengo subito, devo…devo andare in gabinetto, aspettami qui e non ti muovere”.
“Oh sì, bravo, e dopo ci devo andare anche io!”
Disse il nonno sorridendo.
Matteo se la stava facendo quasi addosso e corse in bagno.
Stava ancora facendo la pipì quando sentì però una porta sbattere.
“Nonno, nonno”, gridò.
Accidenti. Non la finiva più. Cercò di sbrigarsi. Poi si chiuse bene i pantaloni, si lavò le mani e corse di nuovo in cucina. “Nonno?”
Il nonno non c’era.
“Nonno, nonno!”
Poi si ricordò di quella porta che sbatteva. Era il rumore della porta d’ingresso!
Non pensò neanche per un istante al fatto che non doveva mai uscire quando era solo. Che quella porta doveva sempre restare chiusa. Adesso non era solo. Cioè lo era, ma non lo era. Adesso c’era il nonno. E forse il nonno però era uscito…
Aprì la porta di casa e corse giù per le scale e arrivò fino al portone d’ingresso, gridando a squarciagola. “Nonno, nonno!”
Arrivò fino in strada. Non avrebbe dovuto mai e poi mai stare lì. Non doveva mai uscire, e tanto meno in strada!
“Nonno, nonno!”, gridò ancora Matteo, questa volta disperato.
“Nonno!”
Il nonno non si vedeva.
Possibile che fosse sparito così in fretta?
Matteo doveva decidere in fretta.
Stava disubbidendo almeno a dieci regole assolute, sulle quali il papà e la mamma avevano insistito tanto…
Ma questo era un caso eccezionale.
Allora si guardò bene intorno, fece attenzione che in quel momento non passassero delle macchine, fece un lungo respiro e si mise a correre. Dall’altro lato della strada e poi verso la piazza in fondo.
“Nonno, nonno!”, continuava a gridare.
Arrivò fino all’edicola. Il posto più lontano dal quale sapeva ancora orizzontarsi bene. Ma del nonno non c’era traccia.
Gli occhi di Matteo si spalancarono di ansia e agitazione, e di paura.
A chiunque avrebbe fatto tanta tenerezza, ma nessuno passava di là in quel momento.
Si voltò indietro, a guardare il portone di casa in fondo alla via. E poi avanti. Verso la fitta rete di strade che lo portavano lontano, e in mezzo alle quali si sarebbe sicuramente perduto.
Che fare?
Purtroppo l’edicola era chiusa. Altrimenti avrebbe chiesto al giornalaio se aveva visto il nonno.
Rimase fermo, senza andare né avanti né indietro per un po’.
Poi, alla fine, con un nodo in gola e la voglia di piangere, se ne tornò a casa, piano piano.
Entrò nel portone, rimasto semi aperto. Risalì i gradini uno a uno, e non come faceva di solito, sempre di corsa, due o tre alla volta, e arrivò davanti alla porta di casa.
In quel momento gli venne in mente qualcosa.
E se il nonno, invece di scendere, fosse salito?
All’ultimo piano c’era la terrazza, dove una volta si mettevano i panni ad asciugare, soprattutto le grandi lenzuola bianche. Si ricordava ancora quando ci saliva con la mamma. Era piccolissimo. Lo ricordava come un posto magico. E poi c’erano i cassoni dell’acqua. Prima che mettessero quella corrente.
Forse il nonno era andato là…
Riprese a salire le scale e si fermò davanti alla porta della terrazza. La aprì.
Arrivò un’aria era fredda, e il vento spingeva la porta e Matteo fece fatica ad aprirla.
Fece appena in tempo a uscire sulla terrazza che la porta si richiuse violentemente facendo un gran rumore di metallo, e l’eco si sentì per tutte le scale.
Non c’erano panni ad asciugare. Ma si vedevano tante antenne sui tetti delle case. Un bosco di antenne della televisione. Tantissime, e tutte diverse.
Matteo si guardò in giro.
E il nonno era là. Appoggiato al parapetto, a guardare l’orizzonte.
“Nonno, nonno!”, gridò.
Il nonno si voltò e gli sorrise.
“Guarda Matteo, guarda come è bella la città da qui. Vieni accanto a me”.
Matteo corse da lui e gli si mise al fianco, appoggiandosi al suo braccio.
Il sole stava tramontando e rendeva tutto meraviglioso. I tetti brillavano come se coperti da una polvere d’oro. Matteo non aveva mai visto la città in quel modo.
Era bellissima. E soprattutto adesso, per la prima volta, la capiva.
Metteva ordine a tutti quei posti che si affollavano nella sua mente come giocattoli riposti disordinatamente in una cesta.
Tutti i luoghi che conosceva erano come delle isole, staccati da quello che avevano intorno, e non avrebbe saputo collocarli, né tantomeno raggiungerli, da casa sua.
Invece adesso era tutto chiaro.
Dall’alto si vedeva la lunga strada che, dopo il giornalaio, continuava il suo percorso fino al centro della città.
E lungo quel percorso c’erano i giardinetti, dove andava spesso con Arianna.
Ci portavano il cane dei vicini, un cucciolo di Terranova.
Ma quando ci andavano, Matteo era troppo impegnato a giocare con quell’adorabile cagnolino, e non prestava attenzione alla strada.
E dopo i giardinetti c’era la piazza con quelle grandi statue di bronzo, statue di persone importanti. C’era anche un musicista.
E poi, appena svoltato l’angolo, sulla destra, c’era la scuola. La sua scuola.
“Guarda nonno! Quella è la mia scuola! Come è buffa da qui, sembra un giocattolo! La riconosco perché nel cortile c’è lo scivolo-balena. Ce lo hanno messo da poco!”
Il nonno respirò profondamente quell’aria pulita che arrivava col vento della sera, e che probabilmente arrivava dalle montagne, il cui profilo si vedeva all’orizzonte.
“Era tanto tempo che non venivo qui. Una volta salivo tutte le sere a fumare la mia pipa, ma poi ho dovuto smettere, perché mi sono ammalato…”.
Matteo lo guardò, con aria preoccupata.
“Ma no, adesso sto bene, sai. Non devi preoccuparti. Guarda invece quel vecchio palazzo. Quello è l’Istituto Poligrafico. Il nonno lavorava lì una volta. E quella, un po’ più in fondo è la stazione. La vedi?”
In quel momento si sentì il suono familiare del treno veloce della sera e a Matteo venne in mente la sua stella.
“Vieni nonno, vieni che dobbiamo cercare una cosa”.
Lo prese per mano e cominciò a fargli fare il giro della terrazza per cercare la stella rossa.
Fecero un giro quasi completo prima di vederla.
“Eccola, eccola, quella è la stella rossa che si vede dalla mia stanza, la vedi? Hai visto che bella? E’ una stella vero? Arianna dice che è un’antenna!”
“Ma certo che è una stella”, disse il nonno, “e Arianna chi è?”
“E’ una mia amica, ma queste cose non le capisce”
Poi aggiunse:
“Non pensavo che la città fosse così grande. Non l’avevo mai immaginata così.
Adesso saprei andare in giro da solo e trovare tutti i posti…”.
Il nonno sorrise.
“Adesso ho freddo però”.
“Sì, andiamo giù, sta facendo buio”.
E così scesero.
E la mamma li trovò seduti davanti alla porta di casa, che naturalmente Matteo aveva chiuso, ma senza avere le chiavi.
 “Matteo!  Ma cosa fai qui fuori!”.
Ma poi, subito dopo vide suo padre…
“Papà”, disse con la voce rotta dall’emozione, “papà…”, e non seppe dire altro.
Il padre l’abbracciò e asciugò le lacrime della figlia: “non preoccuparti tesoro, lo so, capisco, con la vita che fai!”,  ed entrarono in casa.
Da quel giorno Matteo passò tutto il suo tempo con il nonno e con Arianna. E insieme impararono a fare delle bellissime passeggiate, e arrivarono fino alla stazione dei treni, dall’altra parte della città, senza mai perdersi. Matteo si fece regalare una mappa dal papà e imparò a conoscere tutti i posti e come raggiungerli. E se c’era qualcosa che non capiva, andava in terrazza col nonno e la studiava bene dall’alto.
Le cose non erano mai state così chiare e belle come viste a quell’altezza col nonno accanto.

venerdì 19 maggio 2017

da "Quello di cui non vogliamo parlare" (pp. 81-82)



Frammenti di anima


La narrazione fantastica è esattamente il contrario, è filtrare tutto ciò che è momentaneo, passeggero, che è sovrastruttura, personale, il qui ed ora, e – scavando – andare a cogliere l’universale, l’eterno, quello che resterà per ogni uomo e ogni donna, e che non diventa carta straccia di giornale pochi giorni dopo.
E lo fa col linguaggio delle nostre stanze interiori. Dei nostri tunnel sotterranei.
Soprattutto perché, e forse questa è la cosa determinante, noi non siamo una specie che vive semplicemente nella realtà. Siamo come degli anfibi, con il muso fuori dall’acqua, nel reale, ma la maggior parte del corpo immersi in un’altra dimensione, la dimensione virtuale dei nostri ricordi e delle nostre emozioni.
Forse questo modo strano di vivere sospesi, tra dentro e fuori, tra presente, passato e futuro, appartiene già ai mammiferi. Forse lo fanno anche i gatti, o i cani. Il cane aspetta il suo padrone. Se egli è lontano, vive solo in parte nel luogo in cui sta il suo corpo, e per il resto è là dove sta il suo padrone.
Quando noi siamo al lavoro, in treno o per strada, siamo sicuri di essere proprio lì, con tutti noi stessi?
Non ci portiamo dietro tutta la nostra vita, la nostra casa, i nostri affetti, non viviamo la nostra giornata stando ben poggiati sul nostro passato, e con la testa già rivolta al nostro futuro, pensando a quello che accadrà la sera, la notte, e magari il giorno, la settimana e il mese dopo?
La parte di noi che vive nella realtà nella quale siamo immersi è davvero piccola. E quando succede che invece siamo con la persona amata, esattamente nel luogo in cui vorremmo essere, desiderando che il tempo si fermi, allora quella sensazione di essere quasi tutti lì, nell’istante presente, nell’attimo e di viverlo a pieno, è davvero particolare, unica, straordinaria. E rarissima.
La Rowling ha avuto un’intuizione geniale quando ha parlato di ‘horcrux’. Frammenti di anima. Che Voldemort nasconde in tanti oggetti diversi per divenire immortale. Ma nella vita reale l’anima non ha bisogno di compiere qualcosa di orribile, come un omicidio, per frammentarsi.
Qui una volta di più la narrazione fantastica dimostra di avere intuizioni profonde e geniali che partono dalla nostra realtà interiore.
L’anima si frammenta naturalmente nel corso della vita, lungo la strada. Spontaneamente produce i suoi horcrux.
Ma i suoi frammenti non si nascondono in oggetti intorno a noi, rimangono invece  impigliati in alcuni ‘momenti di tempo’, che appartengono al nostro passato..
Io, ad esempio, sento ben distinto quel frammento della mia anima che è rimasto fermo ai miei cinque anni, nella casa dei miei nonni materni, a Roma. Io sono con una parte di me ancora lì con loro, insieme a tutte quelle risate che non finivano mai legate a quell’uovo alla coque stracolmo di sale perché la saliera si era rotta, mentre aspettavo che passasse a prendermi mia madre dopo il lavoro. E percepisco quell’altro frammento che è rimasto aggrappato agli anni in cui mia figlia Arianna era nata da poco, ed il mondo sembrava ‘perfetto’. Oppure quell’altro, ancorato per sempre alla casa in Sardegna, e a quella scogliera. E ce ne sono altri, tantissimi altri.