venerdì 27 ottobre 2017

L’acero norvegese





C’è un grande acero norvegese nel parco in fondo alla via.
Ogni autunno si accende di una ricchissima varietà di colori meravigliosi, infinite varietà di giallo, rosso e arancione.
Poi gradualmente si spoglia, per tornare a ricoprirsi di foglie in primavera.
Lo scorso autunno però è accaduto qualcosa di strano. Le foglie, dopo aver cambiato colore, non sono cadute.
Sembrava che il grande albero vi rimanesse attaccato come una madre a dei figli che non vuole lasciare andare, o come un uomo che non si rassegna a congedarsi da una parte della sua vita e dei suoi ricordi.
E per tutto l’inverno, mentre la maggior parte degli alberi lasciava cadere foglia dopo foglia, rimanendo come scheletri raggelati nelle loro posture eleganti ma austere, l’acero norvegese continuava a bruciare dei suoi colori intensi e caldamente autunnali, unico falò ancora vivo in quel parco ormai triste e scuro.
Da poco è tornata la primavera, e tutti gli alberi hanno ricominciato a prendere vita e a ricoprirsi di un fitto fogliame.
La quercia fiammante ha cominciato a vibrare, tremando e piegandosi, ed emettendo suoni sibilanti come lo sferzare del vento, anche quando l’aria è immobile e silenziosa.
Ma se ci si avvicina si può notare che quel tremore è provocato dai piccoli germogli verdi che cercano di farsi strada tra il fitto fogliame rossastro dell’anno precedente. Alcune delle foglie rosse o gialle si spaccano e cadono a terra, non senza però aver prima decimato decine di piccoli germogli dal verde chiaro e smeraldino.
E' una lunga lotta e difficile che l’acero norvegese combatte. E dovrà decidersi alla fine se arrendersi e lasciar cadere le foglie dell'autunno precedente, o morire con esse...


venerdì 29 settembre 2017

A proposito di Mozart - 1791: tra verità e leggenda

E' uscito il nuovo numero di Prometeo con la seconda ed ultima parte dell'articolo su Mozart: 'A proposito di Mozart - 1791: l'ultimo anno tra verità e leggenda.
A dicembre uscirà invece il primo di una serie di articoli su Monteverdi, in occasione del quattrocentocinquantenario della sua nascita (1567).



venerdì 30 giugno 2017

Articolo Mattino - Porto Astra 30 giugno, ore 21




Conservatorio di Castelfranco Veneto, Masterclass di Musica per Film di Franco Piersanti
A cura del Dipartimento di Composizione, con la collaborazione delle classi di Musica elettronica e del GMCS (Gruppo di Musica Contemporanea Steffani)

- Giuliano Romagnesi, Go and Catch a falling star (John Donne) 4. 44”
- Alice Zecchinelli, Go and Catch a falling star (John Donne)  4. 50”
- Luca Leprotti – Nico Dalla Vecchia, Go and Catch a falling star (John Donne)  3. 02”
- Ilaria Valent, Go and Catch a falling star (John Donne) 5. 00”
- Tatiana Caselli, Blanc et noir, Tatiana Caselli 4. 00”
- Dianna Dmitrijeva, Go and Catch a falling star (John Donne)  3. 00”
- Francesco Petronelli,  Go and Catch a falling star (John Donne) 4. 09”
- Andrea Orlando, Go and Catch a falling star (John Donne) 4. 14”
- Tatiana Caselli, Morire in levità, 3. 15”
- Maichol Bondanelli Go and Catch a falling star (John Donne) 2. 45”
- Marco Crivellaro – Claudio Murru, Go and Catch a falling star (John Donne) 2. 52”
- Antonio Ministeri, Go and Catch a falling star (John Donne) 4. 10”
- Gloria Rogato, Go and Catch a falling star (John Donne) 3. 59”

Il 7 luglio si concluderà presso il Conservatorio Agostino Steffani di Castelfranco Veneto la Masterclass in Musica per Film di Franco Piersanti (novembre 2016 – luglio 2017), con l’esecuzione dal vivo delle musiche composte dagli allievi per una serie di filmati proposti dal maestro. Questa sera verrà presentato invece un altro compito assegnato da Piersanti: la composizione di una canzone su testo del poeta inglese John Donne (XVI secolo), sulla cui musica poi gli studenti hanno montato liberamente delle immagini. Ad arricchire e variare la lista dei video, due filmati a tema libero, una sorta di piccolo omaggio alla storia del cinema, Blanc et noir e Morire in levità (G.L. Baldi).

domenica 25 giugno 2017

Glass e Stravinskij


Considerazioni della domenica mattina


Si può pensare a due autori così diversi come Philip Glass e Igor Stravinskij? Non credo. Eppure… eppure dopo l’indigestione della musica di Glass nell’ultimo mese, ho cominciato a cambiare idea.
La mia prima opinione su Glass era che la sua musica sembrasse opera di un allievo dei primissimi anni di composizione, non dotato… Pochi gesti ripetuti all’inverosimile (fondamentalmente due), successioni armoniche (ne conosce al massimo tre) banali e già sentite, ripetute senza sosta.
Effettivamente, dopo aver ascoltato due quartetti (Company e Mishima), il secondo concerto per violino, gli studi per pianoforte e i pezzi per violoncello solo (Songs and Poems per solo cello), la mia opinione sugli elementi costitutivi della sua musica non ha fatto altro che rafforzarsi. Il giudizio qualitativo invece sulla sua opera è cambiato alquanto.
In Mishima, per esempio, i sei movimenti del quartetto utilizzano fondamentalmente due gesti: il tipico ostinato su due note, una sorta di basso albertino minimal, vera cifra della musica di Glass, praticamente il primo gesto che si impara a fare con la mano sinistra sul pianoforte…  e un ribattuto. I primi due movimenti sfruttano entrambi il primo gesto, ma a velocità diverse e con percorsi diversi. Mentre i tre movimenti seguenti sfruttano il ribattuto, e l’ultimo torna al gesto dei primi due. Senza dubbio una scrittura coraggiosa! Chi avrebbe l’ardire di basare una composizione così lunga su tale economia di gesti?

Eppure in Glass i gesti, in sé quasi insignificanti, hanno a che fare col tempo. Non il tempo lineare, naturalmente, della classicità, né quello discontinuo dell’avanguardia e di Stravinskij, ma quello ciclico, vagante, ipnotico del minimalismo (sebbene ben diverso da quello di Reich).
Glass con queste ‘tele di sacco’, cioè materiale di scarto, scadente, seppure piacevole, a tratti melodico, consonante, ma spesso banalotto, costruisce percorsi temporali sfuggenti, che sembrano avere delle direzioni, che si aprono con successioni armoniche anche modulanti (farebbe mai Reich una cosa del genere???), ma poi cominciano a girare vorticosamente su loro stessi, avviluppandosi senza speranza, dando un senso del tempo distorto, diverso, ma ammaliante e  moderno. Continue rinascite si succedono a lunghe stasi, ritorni infinite sfidano il senso di una direzione che a volte si apre improvvisa. Il tutto è gestito da un senso delle durate magistrale, esattamente come in Stravinskij, in cui la durata – come ha scritto genialmente Jonathan Kramer – è il vero oggetto della sua narrazione, e in cui la sua abilità di disporre durate diverse ma proporzionalmente affini e compatibili, bilancia la sua discontinuità estrema, creando una polifonia interessantissima, polifonia temporale prima che di altezze e armonica.
Ecco, è in questo senso perfetto della durata, e nel considerare tale durata (cioè la durata dei singoli frammenti musicali) come il vero oggetto della propria narrazione musicale, che Glass e Stravinskij sono vicini, immensamente vicini direi…

Si assomigliano pure!!!